giovedì 23 febbraio 2012

L'invasione degli ultraschermi

Oggi sono entrato in una farmacia  e ho notato che hanno installato un monitor gigante per intrattenere i clienti in attesa. Su questo schermo passano in continuazione informazioni di servizio con schermate e filmati, perlopiù pubblicità di farmaci e servizi sanitari.
Non è nulla di eccezionale, ormai questi schermi sono installati un po' ovunque vi sia un pubblico, e quindi li troviamo in sale d'aspetto, esercizi pubblici, bar, stazioni, centri commerciali etc.
Non mi stupirei se i pubblicitari, sfruttando questi nostri "tempi morti"  ci piazzassero schermi anche negli ascensori o nei bus od in prossimità dei semafori rossi!

Ma ultimamente, passato il mio entusiasmo tecnologico per i flat-screen, questi schermi pubblici mi mettono nell'anima una tristezza sottile, come se rimarcassero la nostra rinuncia a comunicare con gli sconosciuti accanto a noi. 
Poi, mentre ero in attesa del mio turno, guardando la megaTV, fra un'integratore alimentare ed una crema anticellulite, improvvisamente mi son chiesto da dove scaturissero tutti questi megaschermi e quale reale utilità avessero, e di come abbiamo potuto vivere senza fino a pochi anni fa.
E non mi son dato risposte particolarmente originali.

1 commento:

  1. Oriano Spazzoli La tua riflessione, come sempre, coglie nel segno. IL megaschermo a led (luminosissimo) cattura l'occhio subito. Il succedersi di immagini a tempi opportunamente regolati, crea l'attesa inconsapevole per l'immagine seguente, magari quella della modella strafiga seminuda che fa la pubblicità per una marca di silicone o di pistoni idraulici (ma nessuno dopo si ricorda di che cosa). Non ti accorgi più di chi hai vicino. POtrebbe essere la fortuna dei borseggatori, ma il problema è che chi borseggia non ha un filtro razionale sufficiente per rendersi conto delle ricadute sociali della situazione in corso, e a sua volta ne cade vittima. A Cesenatico hanno messo un megaschermo in piazza "spose dei marinai", una bella piazzetta dalla quale parte uno dei lunghissimi moli del portocanale; in pratica sei di fronte al mare (uno dei pochi spettacoli naturali di cui ancora possiamo fruire gratis, anche se per poco pare), e quasi non te ne accorgi. Non parliamo poi delle persone che hai intorno; è già da tempo che se per caso ti fermi ad osservare il comportamento di una di loro (osservare il comportamento delle persone certe volte riempie l'attesa sostituendosi allo sbuffare e all'imprecare isterico della media delle persone che devono aspettare qualche minuto in coda davanti a uno sportello, ed è un'esperienza assai interessante) e questa se ne accorge chiama i carabinieri. Questa è la nostra società, una società di polli di allevamento e quindi per forza di cose destinata ad uno sfacelo inarrestabile. Penso che non se ne esca più come collettività; l'unico modo di uscirne è ormai, come nell'alto medioevo dedicarsi a modelli di vita indipendenti su piccola scala, magari quasi forme di ascesi. Io mi sto interessando alla comunità di Bose (vicino a Biella) di Enzo BIanchi, che ha un'impronta decisamente culturale (ove si coniugano ad esempio il lavoro della terra e lo studio). Non so se avrò mai il coraggio di andarci (non so neanche se mi accetterebbero), però mi interessa come tipo di esperienza. Mi piacerebbe finire in miei giorni in un posto così; sarebbe l'ideale per me che sento di avere sempre meno forza per sopportare la vista di quello che vedo fare e e l'ascolto d quello che sento dire.

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